にほん
にほん (Nihon), Giappone.
Conosco ben poco di questo meraviglioso Paese, ma quello che so è che vorrei vederlo di persona.
Comunque sia, quel poco che so, l’ho appreso leggendo e indagando per conto mio. Tuttavia c’è una cosa che da tanto tempo mi dico di andare a cercare e nonostante tutto ancora non mi sono informata: le prefetture. Il Giappone è diviso in prefetture. Cosa siano di preciso non lo so. Quartieri? Comuni? È un’incognita che sta là da parecchio.
So che i giapponesi sono un popolo estremamente rispettoso e riservato. Non hanno un linguaggio espansivo, credo proprio che non potrei abbracciare un giapponese come se nulla fosse!
Pochi mesi fa lessi che da un’indagine condotta sulla parte femminile della società, saltò fuori che le fanciulle nipponiche preferiscono partner occidentali perché meno legati alla forma.
Per restare in tema, lo sapevate che per educazione si accompagna al proprio nome il termine -san e che è permesso toglierlo solo quando si è di fronte a un legame più stretto che libera dalla formalità? E lo sapevate che se si cammina su un pavimento suddiviso con particolari strisce è buon costume evitare di pestarle?
Per non parlare della pratica dell’inchino. Tale consuetudine è così radicata nella loro cultura che nasce automatica e si arriva pure a inchinarsi mentre si parla al telefono, nonostante la persona con la quale si parla non può vedere. Ho avuto modo di costatare di persona, con mia immensa meraviglia, quanto questo sia vero, anche se il soggetto in questione è cinese e non giapponese. Rimase fisso, piegato a novanta gradi per diversi minuti, finché l’interlocutore non finì di parlare. Assurdo, affascinante, ma vero.
Chissà quante altre cose caratterizzano il loro modo di vivere e di essere.
Nella mia ossessione per il Giappone mi sono lanciata una nuova sfida: studiare il giapponese. Quanto scritto sopra, infatti, non è frutto di mia invenzione.
Lingua particolare, quella nipponica, composta da tre alfabeti diversi: l’Hiragana, il Katakana e il Kanji. Complicata per ovvie ragioni, questo popolo ha deciso di complicarsi ulteriormente la vita decidendo di mescolare insieme questi alfabeti, e quindi in una sola frase possono essere usati anche tutti e tre contemporaneamente.
Qual’è la loro differenza? Procedo a spiegarlo.
L’Hiragana è il loro alfabeto nazionale, usato per tutte le parole di origine giapponese e per la grammatica di base. Lo considero un po’ come il nostro corsivo: tondo e aggraziato.
Il Katakana è l’alfabeto usato per tutte le parole di origine straniera, come il termine “robot”, “computer”, tutti i nomi propri di persona occidentali e tante altre cose. Lo considero come l’equivalente del nostro stampatello: squadrato e spigoloso.
Il Kanji è l’alfabeto preso in prestito dal mondo cinese ed è largamente usato in ambito scritto. Ciò non toglie che sia un incubo, in quanto un singolo Kanji significa un’intera parola. E di Kanji ce ne sono un’infinità, quasi 50.000, ma quelli fondamentali sono “solo” 2.000! Che fortuna!
Comunque non è propriamente corretto parlare di alfabeto nel caso del giapponese. Si tratta infatti più di una tipologia di scrittura sillabica.
Studiare il giapponese non è facile in quanto richiede un passo che nel caso delle lingue occidentali non è necessario fare: studiare i caratteri, dal momento che non sono assolutamente uguali ai nostri e ciascuno di essi corrisponde a un suono preciso. Per non parlare del fatto che se a tali caratteri si aggiungono delle virgolette o un pallino, il suono cambia completamente. Lo scenario muta ulteriormente se appaiono glifi di dimensioni minori che a volte raddoppiano le consonanti o aggiungono una y.
Solo una volta imparato a riconoscere i caratteri, si può iniziare a leggere e a scrivere.
Un’altra particolarità di questa lingua è la sua fonetica: gli aucuti contano. Esistono parole che si scrivono esattamente allo stesso modo il cui significato varia a seconda dell’intonazione usata. Una complicazione in più.
In aggiunta, la lettera “r” non esiste nel loro alfabeto. O meglio, esiste ma non viene assolutamente pronunciata così, assomiglia molto a una “l”. Da qui la loro sfida quando entrano a contatto con le lingue latine.
Non va inoltre dimenticata la loro usanza di scrivere dall’alto verso il basso, da destra verso sinistra. Scomodissimo da leggere, ma loro il Paese, loro le regole.
Nel frattempo… じゃあまた a tutti!